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Guarisce un cittadino a Nulvi, tre i casi a Ossi e Torralba


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Paese

Dati Generali
Il paese di Torralba
Torralba è un Comune della provincia di Sassari. È situato a 437 metri sul livello del mare. Conta 1022 abitanti. Dista 38 km da Sassari. Il centro storico del paese mostra ancora la sua struttura medievale. Il toponimo, che significa Torre Bianca, molto probabilmente si riferisce ad un grande nuraghe bianco, in pietra calcarea, anticamente presente nella zona.
Il territorio di Torralba
Altitudine: 300/540 m
Superficie: 36,75 Kmq
Popolazione: 1022
Maschi: 491 - Femmine: 531
Numero di famiglie: 386
Densità di abitanti: 27,81 per Kmq
Farmacia: via Carlo Felice, 96 - tel. 079 847117
Guardia medica: (Thiesi) - tel. 079 889177
Carabinieri: via Aldo Moro, 13 - tel. 079 847002
Polizia municipale: via Moro - tel. 079 847088

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Storia

TORRALBA, villaggio della Sardegna nella provincia di Alghero, che fu parte della curatoria del Meilogu, uno de’ dipartimenti dell’antico regno torritano.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 31', e nella longitudine dal meridiano di Cagliari 0° 20' 30".

Giace a piè orientale del colle spianato di Sorra, che dicesi monte Mura, e distendesi dalla montagna del Pelao verso mezzogiorno.

Difeso per la detta eminenza dal ponente e libeccio, e per la massa del Pelao dal maestrale e da’ prossimi collaterali, resta scoperto agli altri venti. La sua temperatura è piuttosto mite, fuor che nell’estate quando il calore si rende sovente molestissimo. Le pioggie sono più frequenti che altrove per la vicinanza della suddetta montagna, ma per la notata sua situazione vi è molto sentita l’umidità. Vi nevica talvolta, e accadde che non si scoprisse il suolo per 15 giorni. Vi grandina non di rado e vi fulmina. L’aria non può vantarsi molto salubre. Il suo suolo è elevato sul mare di metri 410, computò il Carbonazzi.

Questo paese è traversato dalla grande strada di ponente, che da Cagliari va a Portotorre. Il territorio è relativamente alla popolazione assai largo, e se si coltivassero tutte le parti, che possono fruttificare, si avrebbe assai per il quadruplo del numero degli attuali abitanti.

Generalmente il territorio è piano, e dopo il sunnotato monte Mura sono poche altre prominenze e niente notevoli. Indicheremo il monte Boes, pochissimo distante dal paese, il quale pare essere stato un piccolo vulcano; quale certamente fu il monte Austidu, che dista poco più di due chilometri e mezzo; quindi il monte Tùrvaro in sui limiti col territorio di Moras, a levante del monte Annaru, che contienesi in quello di Giove, e fu pure un antico vulcano.

Da questo si può intendere che una gran parte del territorio torralbese entrava in quella zona, dove l’effervescenza vulcanica in Sardegna durò sino agli ultimi tempi. Questi vulcani arsero dopo che per una gran rovina si abbassò il terreno in tanto avvallamento, quanto vedesi, e si può computare, osservando le parti che ancora restano dell’altipiano di Bonorva e Macomer.

Nel suddetto Monterosso (Monteruju) trovasi certa lava con noccioli di feldspato bianco ed olivina d’un bel colore verde-chiaro.

Sono molte fonti in questo territorio, che generalmente danno acque salubri, ed alcune anche in copia notevole. Noteremo in primo luogo il rigagnolo di monte Mura, che vi scende da Fontana-manna, il quale ricevesi in un edificio apposito per conservar pura l’acqua potabile alle famiglie, versando il sovrappiù in due vasche per abbeverarvi i giumenti. Quest’acqua però non è di molta bontà, ed inferiore alla piccola fonte, che sorge dentro l’abitato, ricinta da muro come un pozzo, e parimente all’altra fonte di monte Mura, che sorge in un podere detto Vigna di Pozzo (Vingia de putu), la quale credesi utilissima agli ammalati, per sua supposta virtù emetica, perchè bevuta che sia eccita alla vomizione. Nessuno ha esaminato per analisi chimica la sostanza che contiene ed opera così nello stomaco. Esce dalla roccia calcarea per tenuissima vena.

È celebrata la fonte di s. Antonio di Taylo, che proviene essa pure dalle viscere di monte Mura. Ma la più notevole è quella che dicono di s. Maria, e già dissero anticamente Cabu-abbas, onde ebbe il nome la curatoria prossima. Vien fuori dal fesso d’una roccia ed in tanta copia, che forma un rivoletto, il quale si unisce al ramo principale del Termo, che qui dicono Tischiddesu. È lontana dal paese circa due chilometri, e trovasi prossima allo stradone.

Dopo Cabuabbas è degna di essere ricordata per la copia delle acque, che sembra però metà dell’effluenza della predetta, la fontana che appellasi maggiore, e dista dall’abitato tre chilometri, o poco più.

Si notano diverse paludi nel territorio di Torralba. Le maggiori sono due; una, in mezzo alla quale passa la linea di confine con Bonorva, dicesi Palude di Nuraghe-Lèndine, ed ha di circonferenza circa chilometri 2, molto copiosa di anguille, la quale non resta mai asciugata ne’ grandi calori, sì che pare che sia alimentata da grossi zampilli, che dà il suo fondo; l’altra, che dicesi Palude di Campo-Mela, ha una superficie di circa 20 giornate, perde le acque nell’estate e contamina l’aria co’ miasmi che dà la sua melma.

Indicherò poi altri cinque minori bacini, la cui area è dalle 12 alle 16 giornate, le quali si trovano nella notata valle, ma più vicine a Bonorva.

Essendo quei bacini nella declività della valle, facilmente per canali di poco costo si potrebbero evacuare e darsi alla coltura; ma gli uomini di quei paesi non ci pensano, perchè nel difetto di popolazione hanno abbastanza di terreni da coltivare, senza darsi la pena di prosciugarli. Della malaria poco loro importa, perchè i più non patiscono del veleno de’ miasmi, e non intendono che le malattie, alle quali talvolta soggiacciono, escono da quelle acque corrotte.

Entro la circoscrizione del Torralbese scorrono alcuni rivi; uno, detto Riu mannu, che nasce dalle fontane di Nurighe, e divide la regione di Turvaro da quella di Sutìlis; l’altro è il Tischiddesu, come abbiam notato appellarsi da’ paesani della valle il Termo che scende dal territorio di Bonorva, ed ha origine nelle montagne di Bolothana. Il primo entra nel secondo.

Abbondano uno ed altro di anguille e trote, e le anguille sono vantate per la loro singolare squisitezza. Vi frequentano alcune specie acquatiche, delle quali alcuni si dilettano a far caccia.

I cacciatori sogliono andare nel monte Turvaro, dove possono fare prede frequenti di cinghiali, non però delle altre grandi specie, e prender volpi, lepri e martore. Le pernici sono frequentissime ed i colombacci, e nella stagione propria si prendono molte quaglie, e molti capi di specie acquatiche nei fiumi e nelle paludi.

La popolazione di Torralba constava nel 1848 di anime 1184, distribuite in famiglie 306, e in case 305.

La notata popolazione distinguesi per la differenza delle età nel seguente modo: sotto i 5 anni si trovano mas. 90, fem. 91; sotto i 10 mas. 83, fem. 70; sotto i 20 mas. 109, fem. 106; sotto i 30 mas. 69, fem. 73; sotto i 40 mas. 89, fem. 97; sotto i 50 mas. 31, fem. 55; sotto li 70 mas. 30, fem. 26; sotto gli 80 mas. 9, fem. 9; sotto i 90 mas. 1 fem. 0.

Per la condizione domestica si distinguono i maschi in scapoli 341, ammogliati 226, vedovi 16, totale 583; le femmine in zitelle 311, maritate 226, vedove 64, totale 601.

Dalle notate cifre appare evidentemente che non pochi giungono a 60 anni, ed alcuni procedono più oltre nella vita, principalmente fra quelli che mantennero l’antica maniera del vestiario, che difende la persona dalle vicende atmosferiche repentine e molto sentite quando a’ venti caldi succede un vento freddo.

Il numero medio delle nascite è di 46, quello delle morti di 24, quello de’ matrimoni di 12.

Sebbene questa popolazione trovisi sulla grande strada e in luogo solito di fermata, non pertanto sono ancora i torralbesi molto ruvidi, e giaciono ancora in una crassa ignoranza, dominati da’ più assurdi pregiudizi, e tengono le più ridicole, dirò meglio, deplorabili superstizioni, e ciò a causa della poca istruzione religiosa che ad essi è data.

Ne indicheremo alcune. La prima superstizione ricorre nella festa del Corpo del Signore, ed ha molta somiglianza con quella che abbiam riferito nell’art. Chiaramonte, o Caramonte. Nella casa ove sia morto qualcuno dentro l’anno, se sia in luogo, dove passa la processione, si uniscono tutti i parenti in mestissima società, e ordinati intorno ad una tavola posta in mezzo la sala e sopravi alcune candele accese, quando dalla porta socchiusa vedono passare il Sacramento, allora rompono in gran pianto ed in preghiere.

Credono nella jettatura (oju-liadu), e quando qualche fanciullo o fanciulla si ammala, si suol credere, o si sospetta, causa del male qualche sguardo maligno. Per accertarsene nel dubbio gittansi due pietruzze in forma di mandorle, o di occhi, in un bicchier d’acqua, e se qualche bolletta d’aria vedasi attaccata alle pietre nel fondo, allora il maleficio è certo; ma questo modo di esplorazione vale come un antidoto, al quale danno efficacia i verbi, ossieno certe formole di preghiera, che sanno le donne, che sono riputate aver virtù in questo genere di medicina.

È più risibile però il medicamento magico contro l’epilessia. Come si riconosce questo male, senza indugio studiasi una guarigione radicale. Si va nel canneto e si taglia una canna in tre distinti colpi invocando ad ogni colpo s. Giovanni e nominando il malato. Quella canna si applica al malato, e tagliata alla sua altezza si seppellisce in una fossa inchiodandola alla terra in tre diversi punti, e poi si copre. Essi credono che come marcirà e struggerassi la canna, si indebolirà e finalmente si annienterà quel male. Ma per questo effetto è necessaria un’altra pratica. Si toglie un briciolino dal-l’orecchia dell’epilettico, si gitta in un bicchier d’acqua lasciandovi cadere alcune goccie di sangue, e l’ammalato bisogna che beva quell’acqua mentre la vecchia strega profferisce le sue arcane parole.

I torralbesi amano, come gli altri, la danza e il canto, e ai giorni festivi si ricreano volentieri, massime se abbiano speranza di buon ricolto, o se già l’abbiano ottenuto.

La scuola primaria ha profittato nulla, e le persone che nel paese san leggere e scrivere sono pochissime; quelli che sanno non impararono nella scuola del villaggio.

Agricoltura. La massima parte di questi paesani sono coltivatori.

Seminano annualmente di grano circa 2000 starelli di frumento, 600 d’orzo, 250 di fave, 30 di meliga, di lino 150, di legumi 40.

La fruttificazione, se il cielo non è contrario, è abbastanza copiosa, come concede la benignità del suolo, e sarebbe molto più abbondevole se si usassero migliori metodi e si lavorasse con più diligenza.

La vigna vi prospera, ed i vini comuni e gentili sono di conosciuta bontà. Una parte della vendemmia si consuma nel paese dando la provvista alle famiglie che ne abbisognano, e somministrando a’ molti passeggieri; un’altra, e notevole, si manda fuor del paese in altri villaggi; un’altra parte si mette ne’ lambicchi (poco meno di 10), se ne fa acquavite e spirito, che si cangia in rosolio, che si vende parimente a’ passeggieri.

L’orticoltura non è molto estesa e svariata. Le specie più comuni sono fichi, mandorli, susini, peschi, meli diversi, massime cotogni. Le più rare gli aranci, i meligranati, i noci. Il numero totale degli individui non eccede forse i sette mila ceppi.

La parte del territorio chiusa per quella sorta di tenimenti, che si dicono tanche, nelle quali si tiene a pascolo il bestiame e si fa coltivazione in qualche anno, non eccederà la duodecima di tutta la superficie.

Mancando anche il bosco ceduo devono i torralbesi andare nelle selve di Mores e di Bonorva per provvedersi. Finora per maggior comodità ed economia non ha pensato il consiglio comunale che fosse piantato qualche tratto di terreno, dove poi potessero avere il necessario per i focolari ed anche per le costruzioni.

Pastorizia. È questa parte poco notevole, e il numero dei capi del bestiame rude è minore di quanto potrebbero alimentare i pascoli.

Si hanno di vacche 10 segni, od armenti, di porci 5, di pecore 20, di capre 4. Ogni segno di vacche ha per media capi 35; di porci, capi 100; di pecore, capi 400; di capre, capi da 150 a 200.

I formaggi di Torralba han del pregio, e si vendono principalmente a Sassari.

Commercio. Come i frutti pastorali, così gli agrari si mandano nella piazza di Sassari con quel comodo trasporto che conceda la grande via. Si può sperare che quando questi paesi escano dall’ignoranza profonda in cui giaciono, e conoscano i loro interessi e si applichino a produrre di più, il loro paese diventerà più ricco, e potrà esercitare un commercio proficuo raccogliendo da’ paesi d’intorno le derrate.

Religione. La parrocchia di Torralba è sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Sassari; la chiesa maggiore sotto l’invocazione di s. Pietro apostolo. Ha sette altari, ed è di costruzione antica e di architettura semplice.

Finora fu amministrata da un vicario con l’assistenza di altri due preti nella cura delle anime.

Le chiese minori dentro il paese sono denominate una da s. Maria, l’altra dalla s. Croce. Questa è officiata da una confraternita.

Le campestri hanno per titolari una s. Andrea, situata sopra un’eminenza e distante dal paese non più di cinque minuti; l’altra s. Antonio, cognominato de Taylo, lontana di doppio spazio, a piè di monte Mura.

Questa seconda chiesa ha copia di beni, e de’ suoi redditi sono mantenuti nel seminario arcivescovile di Sassari due giovani torralbesi. I suoi beni sono in terre e censi, ma già molto diminuiti per la pessima amministrazione, la quale fece mancare il capitale che aveva in greggie ed armenti.

Essa prendeva la decima delle terre comprese nella sua regione. La decima soleva ascendere in media a rasieri 25, e si godeva dall’arcivescovo di Sassari.

Una terza chiesa rurale, appellata da s. Vittoria, trovasi prossima a s. Antonio, ma è già interdetta e rovinosa.

A distanza di 12 minuti vedesi un’altra chiesa campestre, interdetta essa pure, la quale era intitolata da

s. Giorgio.

Finalmente presso la celebre fonte di Cabuabbas indicheremo la chiesa di s. Maria, dove da una grande antichità si venerò la Madre di Dio. La presente non è quella che già fu, quando era un tempio celebre, officiata, come pare, da monaci cassinesi, e fu uno de’ primi loro stabilimenti, come appare dal privilegio di Callisto II a quei religiosi dell’anno 1123. È menzionato il Condace, o libro di memorie che aveva la medesima.

Le feste popolari di gran concorso sono per s. Giuseppe Calasanzio nella prima domenica di settembre con corsa di cavalli e piccola fiera; quella per s. Maria di Cabuabbas, la quale si celebra nello stesso mese nel giorno della sua Natività; quella dello Spirito Santo con spettacolo di corsa, e le feste per s. Antonio abate, una in gennajo, la quale non è frequentata, le altre in tutte le domeniche di settembre, fuori la prima ed anche la seconda se ricorre in essa la solennità della Nascita della Vergine, nelle quali convengono molti, ed han luogo piccole fiere e pubbliche ricreazioni.

Antichità. È tradizione che fossero già popolati i tre punti, dove abbiamo indicate le chiese di s. Maria di Cabuabbas, di s. Giorgio e di s. Vittoria, come ancora nel sito appellato volgarmente Palapoddighina. In questi luoghi si possono veramente vedere le vestigia delle antiche popolazioni. Presso s. Maria restarono a circa due secoli in qua alcune famiglie presso la chiesa, le quali poi si ritirarono in Torralba per istarvi più sicure che si sentivano nel natural domicilio dalle aggressioni dei malviventi.

Di nuraghi se ne annoverano in questo territorio almeno 12, tra’ quali il più notevole e più spesso visitato dai viaggiatori è quello di s. Santini nel fondo del vallone, o campo Giavese, come lo appellano.

Presso alla palude di Serra-e mela vedesi una gran pietra larga, che pare sia stata parte d’uno di quegli antichi monumenti, che volgarmente sono detti sepolture di giganti.

Nelle rupi di Monte Mura sopra la valle Nughedda sono aperte molte di quelle cavernette sepolcrali, chi si dicono domos de ajanas (case di fate).

È notevole una spelonca naturale, che trovasi alla falda di Monteboes. Vi si entra per una fessura piuttosto stretta, e si discende per un suolo molto declive. Trovasi allora una caverna di una certa capacità, dove si ricoverano molti colombi selvatici. In fondo alla medesima si aprono tre anditi, de’ quali non si è misurata la lunghezza, onde non si sa se conducano in altre caverne, come è credibile. Si noti che la roccia è calcarea, e che vi si formano stelattiti e stelagmiti.

Città e cattedrale di Sorra. Sul monte Mura a distanza da Torralba verso maestrale di 5/6 di miglio vedesi tuttora l’antica chiesa principale della spopolata città di Sorra, che era capoluogo di diocesi.

La chiesa di s. Pietro, sebbene da tanto tempo negletta, conservasi ancora per la sua solida costruzione in pietre calcaree e vulcaniche a ordini alterni. Il conte Alberto Della Marmora la rappresentò nel suo Atlante della Archeologia, annesso al suo secondo volume delle antichità, dove il lettore potrà vederne il disegno, ed intendere a qual secolo debbasi riferire. Essa è veramente uno dei monumenti notevoli dell’architettura gotica della Sardegna.

Questo vescovado che probabilmente è più antico, che si possa provare co’ monumenti, che perirono

o restano ancora sconosciuti, e probabilmente fu istituito o nel secolo XI e forse anche prima, come si sa di quello di Bosa, comprendeva le curatorie dette di Meiulogu, Oppia, Costavalle, Capo d’acque.

Questo vescovado era suffraganeo dell’arcivescovado di Sassari ed ebbe continua la serie de’ suoi Pontefici sino al 1508, quando in virtù di una bolla di Giulio II fu unito all’arcivescovado di Sassari.

Bastita di Sorres. Nel secolo XIV, quando i Doria si ribellarono al re di Aragona, ed impedivano il passaggio per la gran via a Cagliari, il governo fece costrurre una bastita presso Sorra, dove tenne una sufficiente guarnigione per tenere in rispetto i doriesi di Giave e della Nurcara, che si eran fortificati nelle loro castella e battevano la campagna in grosse torme armate.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Torralba
17 Gennaio: Sant'Antonio abate
20 Gennaio: San Sebastiano
1 Giugno: Spirito Santo
Giugno: Madonna del Bosco
3° domenica Ottobre: Sant'Antonio abate.